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Il petrolio difficle

L'oro nero scarseggerà e i pozzi saranno sempre pià pericolosi. La sfida di Obama

Benvenuti nell'era del Tough Oil, del "petrolio difficile". Come ha dichiarato il 15 giugno scorso dallo Studio Ovale il presidente Barack Obama in un discorso sorprendemente poco brillante, la falla del pozzo petrolifero a eruzione spontanea della BP è il pià grande disastro ambientale della storia degli Stati Uniti. Ma è anche molto altro. Si tratta di un esasperante esempio di come lo smodato desiderio di profitto delle compagnie petrolifere possa uccidere persone, rovinare ecosistemi e devastare intere comunità (se credete che la BP sia una mela marcia, siete destinati a doverci ripensare: i documenti diffusi al Congresso da Henry Waxman rivelano che le cinque maggiori compagnie petrolifere hanno lo stesso piano di emergenza proposto e attuato da BP). Il disastro causato dalla BP è anche una messa sotto accusa della forma mentis anti-governativa che ha dominato la politica degli Stati Uniti per trent'anni, dai tempi in cui il presidente Reagan screditò il governo definendolo incompetente, se non peggio, ed etichettò la regolamentazione aziendale come un male necessario.

Pur essendo convinto che le aziende non debbano autoregolamentarsi, il presidente Obama ha tuttavia fatto ben poco per stanare la volpe dal pollaio. Ha scelto Ken Salazar come capo dell'Interior Department, il ministero che si occupa anche dello sviluppo petrolifero. A Washington D.C., Salazar è stato uno dei pià ferventi sostenitori della trivellazione off shore. Quanto fervente? Come senatore democratico nel 2008, Salazar ha duramente criticato il presidente petroliere George W. Bush per non aver fatto abbastanza per promuovere la questione della trivellazione petrolifera. Sotto la direzione di Salazar, l'Interior Department ha rinunciato ad accertamenti e valutazioni d'impatto ambientale per la trivellazione off shore, inclusa la piattaforma della BP all'origine della catastrofe. Tuttavia il disastro che vede coinvolta la BP è anche il simbolo di una pià vasta realtà globale, una realtà che implica e coinvolge tutti noi che guidiamo automobili, prendiamo aeroplani e in qualche modo consumiamo petrolio, negli Stati Uniti, in Italia o in Cina. La realtà è che tutta la nostra civiltà è fortemente dipendente dal petrolio, abbondante, copioso e relativamente a buon mercato. Il disastro causato dalla BP dimostra anche che l'era del petrolio abbondante e a buon mercato è finita. Stiamo entrando appunto nell'era del "petrolio difficile", secondo la definizione coniata da Michael Klare, professore all'Hampshire College in Massachusetts. La Terra certo non rinuncerà a breve alla sua ultima goccia di petrolio e non lo farà probabilemente ancora per qualche anno, ma in futuro ottenere greggio diverrà sempre pià difficile. La trivellazione avverrà in luoghi sempre pià remoti geograficamente e sempre pià instabili politicamente. E i costi delle perforazioni diverranno pià elevati. E di conseguenza anche il rischio di disastri ambientali aumenterà.

Il Deep Horizon Project è una delle operazioni di trivellazione sottomarina pià complesse mai tentate finora e il motivo per cui la BP ha deciso di spingersi così in profondità sta nel fatto che i giacimenti pià facilmente raggiungibili erano già stati sfruttati ed esauriti. Si può maledire BP quanto si vuole per i suoi biechi tentativi di risparmio, ma regolamentazioni governative pià ferree avrebbero certamente potuto obbligare la BP ad installare tecnologie di sicurezza aggiuntive come ad esempio quelle che vengono già richieste in Norvegia. Resta il fatto che la sommità del pozzo Deepwater Horizon si trova a 1.524 metri sotto la superficie dell'oceano e che la BP ha dovuto trivellare altri 3.962 metri nel terreno per raggiungere il giacimento di petrolio. Lavorare a simili profondità - con tremende temperature e pressioni - è, insitamente, estremamente difficoltoso. Ci stiamo dirigendo verso altre realtà di questo tipo nell'era del petrolio difficile, e le conseguenze si estenderanno ben oltre i danni economici e ambientali di oggi. Un numero sempre maggiore di analisi ufficiali ammettono ciò che fino ad alcuni anni fa era considerata un'eresia: la produzione globale di greggio sta raggiungendo l'apice e fra non molto subirà un'inesorabile flessione. Se nel frattempo la domanda globale di petrolio continuerà a crescere, il picco dell'oro nero potrebbe provocare carenze di scorte e aumenti di prezzi, innescando meccanismi di panico pubblico e paralizzando intere economie di mercato.

Obama sa tutto questo e vuole agire di conseguenza, ma può farlo? Nel suo discorso dallo Studio Ovale, ha sottolineato il fatto che "i luoghi da trivellare stanno finendo" pertanto "è tempo di scegliere un futuro di energia pulita". Si tratta di un piacevole cambiamento di prospettiva dai tempi di Bush, tuttavia rimane poco chiaro se il presidente riesca a chiamare a raccolta l'intera nazione dietro la sua visione di futuro. Lo status quo è potente, specie dentro Washington, mentre Obama è orientato a soluzioni bipartisan proprio quando i repubblicani non mostrano alcun interesse verso questi problemi. Rompere questa dipendenza richiederà misure pià dure e una leadership pià forte di quella che Obama ha proposto finora.

traduzione di Rosalba Fruscalzo